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img. Man Ray, Le labbra di Kiki (1929)

«Ti ho fatto male?».
«No».
«Ce l’hai con me?».
«No».
Era vero. In quel momento era tutto vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo era tutto vero, ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda, con le gambe divaricate e la macchia scura del sesso da cui colava un filo di sperma.
Era felice? Se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto di si, senza esitare. Non gli passava neanche per la testa di avercela con Andrée perché gli aveva morso il labbro. Faceva parte dell’insieme, come tutto il resto.

 

 

La camera azzurra, Gorge Simenon, ed. Adelphi, p. 9

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