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Lei aveva bisogno di non pensare e la voglia di vedere lui era la voglia giusta e necessaria, in quei momenti. Lo era sempre stato, lui, Mattia, era sempre stato quello che lei amava ascoltare. Amava viverlo sulla pelle tramite le parole, i racconti, che lui, puntualmente creava per lei. Storie sempre nuove da vivere per una notte. Una notte dove dimenticare tutto, tutti e ascoltare solo la storia di lui per lei.
Mattia l’eterno ritardatario. Si sentiva fortunata, Clara, di non amarlo. Lo conosceva fin troppo bene. Sapeva che non era una fortuna esser la preda prescelta dal suo Mattia. Se lo ripeteva, ogni volta, quando sola picchiettava, con le dita, in sua, eterna, attesa.
Solito copione. Solito uomo. Solito Mattia. Da sempre. Da sempre alto, dinoccolato, bello. Si, Mattia era bello. Brillante. Simpatico. Affascinante. Mattia, inevitabilmente per tutti.
Solito Mattia, solito copione. Imprevedibile Mattia, imprevedibile copione.
Un rituale. Il suo rituale. Il loro rituale.
Sapeva che sarebbe arrivato, le avrebbe sorriso, baciato una guancia, accarezzato una spalla, soffiato in un orecchio.
Aspettava quel soffio. Clara amava quel soffio. Caldo, leggero, pieno di vita.
Una vita che lei faticava a vivere. Da sempre. Senza un perché, un può darsi, un chissà… era Clara, colei che Mattia coccolava con estrema naturalezza.
Una naturalezza invidiata come invidiato quel soffio di vita, che lui, quella sera insinuò, inaspettatamente dietro il collo di lei. Un sorriso, sul volto di lei. Una scintilla. Un momento. Un’idea. Un desiderio. Un attimo. Un nulla. Nulla, fece finta di nulla. Come sempre lei, Clara, fece finta di nulla. Più di sempre, in realtà.
Una cena. Niente di più li attendeva. Solita cena. Insolita nelle portate o insolita nei racconti di Mattia, ma solita cena. Solita serata. Solito copione. Questo lei si ripeteva, mano nella mano di lui, come due fidanzatini nuovi nuovi. Come una nenia, una dolce ninna nanna, dentro di lei. Un bisogno di consuetudine. Un bisogno di onde calme, sulla battigia.
Una cena non speciale. Fatta di portate scelte, come sempre, da lui. Di buon vino. Di parole. Tante.
Tante le parole di Mattia. Sempre tante. Mai troppe, ma sempre tante. Clara poteva sorridere incantata come una bambina in un cinema buio.
Esile donna dal cuore stracolmo non aveva paura di esser riempita dalle emozioni di lui.
Quel lui, che davanti a lei raccontava di cose mai viste. Raccontava ciò che Clara desiderava: vivere.
Vivere una vita non vissuta, fatta non di sirene, draghi o principesse, ma di persone incontrate e vissute.
Lui adorava raccontare la sua non-vita a lei. Desiderava, vederla osare. Almeno una volta desiderava che Clara osasse. Che Clara osasse la vita. Voleva vederla spiccare il volo. Osare.
Non osava mai. Nemmeno nelle sue cene, fatte di portate raffinate, sconosciute, all’avanguardia. In niente osava.
Lei seduta davanti a lui lo ascoltava, silenziosa, con la sua maglietta nera, i pantaloni neri e i capelli dietro le orecchie.
Clara non avrebbe mai osato, ne era certo. Ne aveva il terrore, tutte le volte che la vedeva sorridere illuminata dal lume di candela, delle sue cene organizzate solo per lei, lui, ne aveva la certezza.
Certezza che al caffè, buono, caldo e pastoso, Clara confermò con il suo solito chieder a lui prima di dormire insieme, di lasciarla un po’ sola. Un po’ sola nella solita stanza d’albergo da lui scelta per loro.
Illuminata dalla luna. Luna piena alta, struggente. Clara riempì la vasca da bagno di acqua calda, bagno schiuma costoso e … di sangue.
Clara osò la morte.
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