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XIV.


In macchina lungo le colline toscane, un po’ assolate da un tiepido caldo sole di fine agosto, Nina guardò prima fuori dal finestrino alla sua destra, poi dette uno sguardo al suo leggero trucco nello specchietto, abbassò un po’ Trois Gymnopédies di Satie e guardò Luca. Era pensierosa. Nina, anche nel suo esser assorta in qualcosa che la preoccupava o la rendeva inquieta, manteneva un velo di leggerezza; era una donna intensa in tutto, forte, decisa e nonostante le apparenze, o le malelingue invidiose, aveva una profondità spesso disarmante. Questo però, veniva da lei, stemperato nella sua infinita voglia di vivere. Nina era una persona estremamente malinconica e questa malinconia, che le pervadeva il sangue, era la spinta verso la vita. Non rifiutava mai di affrontare sé stessa. Non aveva paura della sua oscurità, del baratro che spesso vedeva dentro di sé. Sapeva che era parte di lei e fuggirlo significava solo scappare da sé. Lei aveva solo se stessa da sempre. Era cresciuta in una famiglia estremamente ricca, fatta di apparenza, come nei migliori stereotipi, di abiti, feste, cerimonie e formalità. Come a ogni figlia ricca che si rispetti, i suoi non avevano mancato di darle non solo un’istruzione delle migliori, ma tutte quelle attività che fanno da specchietto per le allodole. Nonostante il suo spirito ribelle, Nina, non si era mai opposta ai suoi, anzi aveva sempre cercato di trarre il meglio da tutto. Aveva capito ben presto che tutto nella vita è importante. Che la vita, alla fine, ha come unico scopo, l’esser vissuta per far esperienza. E anche la cosa che stava vivendo con Luca, la viveva appieno, con la leggerezza che la distingueva e l’intensità che le apparteneva. La sera del cinema, aveva notato un Luca diverso, aveva riconosciuto in lui una luce, negli occhi, che le aveva fatto paura, perché le parlava la stessa lingua che in quel momento era in lei. Nina quella sera aveva capito, che con Luca non era più solo un gioco sfizioso, una complicità che aveva oltrepassato la mente per attraversare le pieghe del corpo, della carne. Lo sguardo di Luca l’aveva travolta e solo per quello, solo per capire se stessa, aveva troncato lì la serata, lasciandolo solo al cinema e rifugiandosi nel primo bar per star da sola. In quel bar non aveva fatto nulla, come chiunque si sarebbe immaginato e aspettato da lei si era solo seduta al bancone aveva ordinato una caipihirinha e niente di più. Nessuna avventura, nessun sorriso d’invito, nessun accordo. Luca le piaceva, non c’era altra spiegazione. Sapeva da sempre che lui non era etero, ma non le importava, anzi, seduta in macchina mentre lo guardava guidare, forse era proprio quello che lei amava di lui. Il suo non esser etero. Non perché fosse attratta dall’idea di sedurre l’impossibile, ma per le sfumature che quel ragazzo le offriva. Aveva molti aspetti, che lo rendevano ai suoi occhi quasi incomparabile. Era rimasta colpita da come lui l’aveva presa. Con foga, con voglia quasi bruta. Nelle sue fantasie non si era mai immaginata una reazione del genere. Sapendo dei suoi gusti sessuali, lo aveva immaginato più passivo e meno preso da lei, dal suo corpo, dalla sua testa. Aveva immaginato qualcosa di dolce fatto di lunghi baci e movimenti lenti. Quel pomeriggio si era sentita dominata da chi mai aveva immaginato. Aveva visto in quel suo amico la perfetta simbiosi tra dolcezza e passione. Il solo pensiero la eccitava ancora.
Luca si sentì osservato da Nina, le sorrise, aggiustò lo specchietto retrovisore e le sfiorò la coscia con un dito a sollevarle un po’ più su la gonna.



(continua…)

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